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LA SICILIA.  RAGUSA  Giovedì 1 ottobre 2009. 

Galleria Spaziostrano.  18 sett / 17 ottobre 2009   Ragusa Sicilia.

IMMAGINI SBIADITE DAL TEMPO.

Ha scelto un approccio al Mediterraneo sospeso tra descrizione e trasfigurazione Andreu Reverter Sancho, in una collezione de scatti legati dal tema suggestivo della “Memoria persa”.  Inaugurata lo scorso 18 settembre, la personale del fotografo spagnolo permarrà alla galleria ragusana Desgustarte Spaziostrano fino al prossimo 17 ottobre.  La mostra compie un itinerario disico e ideale tra i paesi del Mediterraneo, di cui Reverter ha ripreso le feste più antiche e significative, configurando il proprio lavoro quale percorso anzitutto antropologico, di illustrazione e di studio dei rituali in cui sono fissate tessere essenziali del Dna di una collettività.

Tra i fotogrammi di più intenso impatto emotivo, quelli relativi alla “Festa del fuoco”, sfida dell’uomo alla più scenografica delle forze della natura, celebrata al Alcanar, patria di Andreu Reverter e paese che vanta una storia millenaria, cui hanno concorso civiltà divergenti, la cartaginese e la romana, la cristiana e la musulmana.  Sfilano poi cavallieri magrebini, tra le foto di Reverter, calati in atmosfere belliche fiabesche, quindi, in una serie folta di notturni rischiarati da luci sempre oblique, mai definitorie, personaggi in maschera recuperati  credibili ora da una Sardegna travestita di settencento, ora dalla Spagna, dal Portogallo, dalla Francia del Sud, dal nostro meridione.  Uno sguardo speciale Reverter assicura alla Sicilia, probabilmente per quella empatia naturale tra paesi che condividono in parte el sostrato socioculturale, che hanno vicende storiche parallele.

La mostra ragusana di Reverter costituisce anzi manifestamente un momento di intercambio di immagini, di cultura tra la Spagna e la Sicilia, come avverte Giuseppe Leone, di cui è noto lo splendido lavoro sulla Settimana Santa in Andalusia:  “La mostra di Reverter costituisce un incontro straordinario tra Sicilia e Spagna”, dichiara Leone, che sottolinea come “molto di Siviglia, di Cordova, di Granada lo possiamo rintracciare a Trapani, ad Enna, in tanti luoghi della nostra isola.  Oggi queste due terre si congiungono idealmente, e questo legame risulta particolarmente interessante perché realizzato in nome della memoria.  Ricordo feste che ho fotografato trent’anni fa”, continua Leone, “che ora sono state cancellate solo perché i valori turistici, di folklore aggiunto, stanno progressivamente sfaldando la memoria primordiale”.

L’attenzione ai costumi di popolazioni che appartengono a continenti differenti, ad etnie discordanti, ma che spartiscono lo stesso antico mare, porta Reverter ad installare situazioni come resorgimentali, esteticamente collocabili in una zona mediana tra misura reale e dimensine teatrale;  il fotografo spagnolo inquadra uno, a volte due personaggi, più spesso gruppi di attori in movimento verso mete ideali, guidati da un vessillo o dqa una fiaccola, un fuoco, che rappresenta l’apice compositivo, oltre che simbolico, di tante di queste opere.  “Nelle feste religiose e pagane che ho ripreso –racconta Andreu Reverter,- si respira per alcuni giorni un’atmosfera che ci conduce a quello che siamo stati in tempi anteriori, alle nostre origini, presenti nell’inconscio collettivo o individuale. Recuperare e conservare il passato, riconciliarsi con la storia, mi sembra essenziale, poiché nella memoria risiede la nostra identità spirituale”.

Collocandosi sulla scia dei fotografiviaggiatori che fin dall’ottocento hanno sfruttato la forza investigativa dell’immagine per gettare luce sulla varia umanità e sulla umana verità, Reverter ha scelto, per il suo viaggio, un linguaggio fortemente contaminato dei registri pittorici, per cui è facile ripensare alla densità cromatica di Velasquez o all’espressionismo visionario di Goya. Sono tutte foto dinamiche, volutamente sgranate, quasi sfocate.  Per unificare un tracciato condotto lungo la mediterraneità de regioni culturalmente e geograficamente distanti, Andreu Reverter sceglie l’eleganza e la forza di una figura, quella del cavallo, che dalla notte dei tempi è associata al registro epico delle cose umane, alle gesta nobili raccontate dai poemi e dallo storico.

Elisa Mandarà

 

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G. Koinè.  30 luglio / 19 agosto 2011  Scicli Ragusa Sicilia.

L’OSSIMORO DI SANCHO ALLA KOINÈ

Con forti chiaroscuri in queste sue fotopitture esposte alla Koinè, Sancho offre immagini intrise di quell’oscurità che nasce dalla profondità dell’inconscio, la parte più segreta della memoria.  Una memoria istintiva ingorda di godimenti che si muove tra gli ideali stilistici delle grandi scuole e la pratica artigianale delle scuole periferiche.

Un reportage insomma pieno di figure e di enigmi, fatto di quell’insieme di emozioni erose e irresistibili che costituiscomo la cifra dell’arte mediterranea definita appunto la “passione del cilicio e l’amore dello spasimo”.

Azzardo e avventura.  Il periplo di un micromondo ricco di colori, pittoresco, che rappresenta la vita paesana in termini folclorici, racconta un viaggio errabondo, un vento nero di pena, un calore di vita, una natura dove è meno fotografismo e più pittura e poesia.

Un racconto visionario, per intenderci, narrato ora in un rigoglio festoso e opulento, ma più spesso in una rivisitazione disincantata che vela i bei sanguigni profusi senza sfacciati luccichii i annega in una sorta di stupore surreale.

È l’originalità di uno stile e di una tecnica, di un modo espressivo, di una struttura formale in cui il linguaggio più è scosso dall’emozione, più si fa oscuro.  E nondimeno tutto ciò non è un impoverimento interiore;  al contrario è stato d’animo di dispiacere, di angoscia, di tristezza, di insoddisfazione, di strazio, oscurità di procella e siccità peggiori delle tempeste.

Sancho racconta la sua favola nel solco dei più notturnali de genio minandola di sogni, di incubi, dei soli di cieli deserti.  Egli si sofferma a contemplare gli oggetti chiusi e cupi, più notturni della notte, in un tumulto di impulsi e di affetti che sono le sue lucide dolcezze, le fantasie malinconiche di un artista gitano capace di recuperare, in un ossimoro vorace, il ribollire di sensazioni fulminee e i colori oscuri del paesaggio e della luce.

Prf. Rossino

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Galleria d’arte Koinè Scicli.   30 luglio / 19 agosto 2011   Scicli Ragusa Sicilia

 “LUCIDITÀ OSCURA.”

Ogni uomo custodisce dentro di sé il germe di quell’innata, originaria spinta che lo ha portato a spostarsi dalle infinite praterie dell’africa centrale a ogni angolo della terra.  É un viaggio favoloso che non ha sosta, che non ha fine, che ognuno di noi sperimenta nell’andare e tornare e poi ancora ripartire, raffinandolo fino a spostarlo negli spazi segreti dell’anima, la propria anima o quella dei padri, nell’infinito della storia.

Come gli antichi cantastorie che per terre e paesi portavano le favole dipinte di città in città, ammirati, amati, temuti, Andrea Sancho ci presenta da angoli remoti del mediterraneo, Portogallo, Spagna, Marocco, Sardegna, immagini straordinarie, con la maestria di artista maturo ma che diventano remoti e lontani, come se per un istante non vivessimo più nella nostra epoca, dove spazio e tempo vengono costantemente annullati.  Nel suo viaggio ritorniamo a mondi remoti irraggiungibili, ritorniamo agli antichi riti, alle feste suntuose e sacre, dove uomini e donne assurgono a figure di dei, dove il pathos di gesti e sguardi ci fa ritornare all’antica pittura dei grandi maestri: in quello squarcio nitido –un istante, non di più, fissato nel turbine dell’immagine che si muove- come non pensare a Caravaggio e a Velasquez; come non riconoscere in quei lenzuoli funebri i panneggi delle dee greche, o negli sguardi delle donne supplici il dramma intimo, segreto delle rappresentazioni sacre medievali?

Ci accorgiamo allora che il viaggio che stiamo compiendo è in quella dimensione fuori tempo e senza spazio che solo la poesia e l’arte sanno scoprire.

Scicli città sacra al viaggio?  O per dirla ancora una volta con vittorini, Scicli come Gerusalemme, sola vera meta dell’unico grande viaggio ancora possibile per l’uomo?

 

Sandro G. Franchini

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Galleria Degli Archi Comiso – Novembre 2012 Comiso Ragusa Sicilia

Sancho del Alcaná. Un narratore di luce che scrive su immagini, scattate ancora in analogico, di un tempo ciclico che rincorrendo il sole d’oriente ritorna sempre alla malinconia eroica del Cavaliere della triste Figura manchega, vale a dire Sancho che sta cercando ancora la sua isola nelle utopie persistenti di icone senza tempo consacrate al racconto fedele della memoria. «Le foto di Sancho del Alcaná  ci parlano in una lingua arcaica ritrovata magicamente nel regno della camera oscura laddove ciecamente visionario scopre, negli scatti della pellicola, ora le alchimie grottesche della pittura spagnola di Goya ora i momenti della teatralità, essenziale per una messa in scena di personaggi letterari e molto popolari, come quelli di ripercorrere assieme le avventure del suo personalissimo Don Chisciotte. Nascono così intrecci favolosi tra realtà  e fantasia inestricabilmente legati alla visione di civiltà scomparse, di momenti e di azioni figli del ricordo e della memoria. Sancho del Alcaná, come lo scrittore californiano John Steinbeck che chiamava la sua auto-roulotte Ronzinante, ha percorso migliaia e migliaia di chilometri con il suo furgone sbiadito di grigio e d’azzurro e ha attraversato con un semplice obbiettivo e un clic la nostra epoca, deformandola, nella contemporaneità di una traccia che ricordi il battito di un istante già passato, di un déjà-vu».

 

Salvatore Schembari